Thirteen
Love Story
Tracy prende ottimi voti in una middle school di Los Angeles; Evie è la ragazza più desiderata della scuola e la conquista rubando un portafoglio su Melrose Avenue. Il legame diventa simbiosi di droghe, piercing fatti in casa e lamette, finché Evie la tradisce davanti alle madri.
Thirteen - Recensione
Mi sono informato sulla regista solo dopo averlo visto, comunque ricordo che lo avevo visto qualche anno fa e mi era piaciuto. È uno di quei drammi realistici sull'adolescenza, in particolare quel passaggio veloce dalla fanciullezza innocente al trasgredire ogni tabù possibile dell'educazione, il tutto visto dagli occhi di una madre disperata e impotente. È l'esordio alla regia di Catherine Hardwicke, che prima faceva la scenografa con Linklater, Cameron Crowe e David O. Russell, e che cinque anni dopo avrebbe girato Twilight. Nessuno studio voleva finanziare un film vietato ai minori su ragazzine di tredici anni, così si è raccolta due milioni da investitori privati; ne ha incassati dieci, ha vinto il premio per la regia a Sundance e il Pardo d'argento a Locarno. La protagonista viene deviata dalla nuova amica, la ragazza più in vista della scuola, che diventa coprotagonista del film. E qui sta la cosa più impressionante: quella coprotagonista è Nikki Reed, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Hardwicke in sei giorni durante le vacanze di Natale, a quattordici anni, raccontando la propria vita reale. Hardwicke la conosceva da quando ne aveva cinque, la considerava una figlia acquisita, e decise che non doveva interpretare il ruolo principale, andato a Evan Rachel Wood. Reed recita quindi se stessa dalla parte sbagliata dello specchio. Nel ruolo della vecchia amica che Tracy si lascia alle spalle c'è invece Vanessa Hudgens, al suo primo film. Insieme ne fanno di tutti i colori, però rispetto ad altri film tipo Christiane F. la discesa nella droga resta in superficie, i crimini si accumulano per varietà senza che su nessuno si calchi troppo la mano. Il film risulta così molto scorrevole, sembra più breve di quel che è, il ritmo è sostenuto e mancano del tutto i momenti contemplativi. I personaggi principali sono tre e tutti gli altri restano indagati solo superficialmente. Le figure maschili risultano tutte distanti, approfittatrici o impotenti, il padre della ragazza compare una sola volta e non riesce a essere d'aiuto. L'aspetto più interessante trovo che sia il rappresentare come la moda e le amicizie sbagliate siano in grado di deviare fino a perdere se stessi, anche se il terreno era già preparato da casa, tra l'abbandono del padre e la distanza della madre, con la protagonista che verso la fine si rende conto di tutto, come se in ogni momento di esuberanza fosse in realtà rimasta presente a osservare con la coscienza ciò che le accadeva. Si rende conto e si pente, riavvicinandosi alla madre che intanto riconosce di aver mancato nella cosa più importante, dare amore vero alla figlia. Holly Hunter per quella madre è stata candidata all'Oscar come attrice non protagonista. La drammaticità è un crescendo e per buona parte dell'inizio i piccoli crimini e le disobbedienze aumentano soltanto il divertimento, in un clima allegro di scoperta attraverso nuove identità e nuovi costumi di una certa tendenza stilistica. C'è anche un intervento sul colore e sulla grana dell'immagine che contribuisce al ritmo narrativo, la saturazione cala progressivamente e delinea esteticamente le fasi tra l'esaltazione e l'ammissione delle colpe. E non è una mia impressione: la pellicola è stata trasferita in digitale proprio per manipolare pesantemente colore e saturazione in alcune sequenze. Un film senza pretese intellettuali che colpisce per una recitazione capace di reggere tutto il carico emotivo.